In un’attesissima relazione presentata giovedì (18 aprile), l’ex primo ministro italiano Enrico Letta raccomanderà la creazione di una borsa dell’UE su misura per le startup deep tech, secondo una bozza visionata da Euractiv.com.

Con il termine deep tech si fa riferimento a organizzazioni o aziende, di solito startup, che utilizzano tecnologie basate su concrete innovazioni ingegneristiche o progressi e scoperte scientifiche in campi come l’informatica quantistica e le biotecnologie. Si tratta di nuove applicazioni tecnologiche che possono avere un grande impatto nella vita delle persone e della società, il che le rende particolarmente importanti in quanto la competitività dell’Europa sulla scena tecnologica globale è in ritardo.

Come spiegano Eliza Gkritsi e Théophane Hartmann, la questione della competitività è salita in cima all’agenda dell’UE negli ultimi mesi a causa di un mix di venti contrari geopolitici e commerciali e di cambiamenti macroeconomici che incidono sulla performance a lungo termine del blocco.

Sottolineando diversi problemi nelle borse del blocco che impediscono alle startup deep-tech di ottenere i fondi necessari nell’UE, Letta afferma che si potrebbe prevedere un “regime prudenziale […] meno avverso al rischio […] a livello UE” per gli investitori istituzionali che acquistano attività deep-tech.

Intorno a queste tecnologie fioriscono ecosistemi che contribuiscono alla crescita economica e che “spiegano in gran parte il crescente divario tra USA e UE”, si legge nella bozza del rapporto di Letta. L’ex premier italiano non ha chiarito se il divario si riferisce alla performance economica, all’innovazione tecnologica o ad altro.

Tuttavia, questi sforzi comportano alti rischi di investimento che possono essere ripagati solo a lungo termine, si evince ancora dalla bozza del rapporto di Letta.

“All’inizio non c’è o c’è poco mercato e non c’è garanzia di successo” e il settore è caratterizzato da molti fallimenti.

Nell’UE, le regole bancarie globali stabilite dallo standard di Basilea II “comportano” una “penalizzazione” per gli investimenti ad alto rischio, poiché questi devono essere coperti accantonando più capitale per coprire il rischio di liquidità più forte, si legge nel rapporto.

Il rapporto di Letta continua sostenendo che nel momento in cui una startup ha un prodotto o un servizio valido e ha bisogno di una massiccia iniezione di liquidità per crescere.

“In genere, per sviluppare la loro idea di prodotto o servizio, si rivolgono a fondi pubblici (nazionali o comunitari) e a Venture Capital per ottenere fondi di pre-avviamento e di avviamento” scrive Letta, “una volta che il loro prodotto o servizio è diventato redditizio, hanno bisogno di raccogliere molto più denaro in fretta per rimanere in vantaggio rispetto alla competizione”.

Per questo di solito si affidano a un’offerta pubblica iniziale (IPO), queste aziende emergenti si trovano di fronte alla situazione disastrosa dei mercati azionari europei.

“In primo luogo, si rendono conto che nessuna borsa valori nazionale dell’UE è sufficientemente grande per raccogliere i capitali di cui hanno bisogno in modo rapido ed economico rispetto agli Stati Uniti. […] In secondo luogo, vedono che la valutazione del mercato – l’importo che gli investitori pagano al di sopra del ‘prezzo minimo’ fissato per acquistare nuove azioni – nei Paesi dell’UE è molto più bassa che negli Stati Uniti”, scrive Letta.

Gli Stati Uniti sono il primo mercato per le IPO tecnologiche a livello globale e le startup, comprese quelle europee, si affollano per quotarsi sui loro mercati pubblici, riducendo il valore per l’economia dell’UE.

In Cina, un consiglio o sottosezione della Borsa di Shenzhen, ChiNext, si rivolge alle società tecnologiche ed è commercializzato come il Nasdaq del Paese. Nel 2019 è stata lanciata un’altra commissione tecnologica all’interno della Borsa di Shanghai.

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I mercati europei sono inoltre frammentati, con borse che operano sotto l’egida di autorità nazionali che, secondo il rapporto, gestiscono le startup in modo errato sulla base di ricavi e profitti.

Un mercato azionario dell’UE aumenterebbe il capitale disponibile mettendo in comune le risorse, ma “non può porre rimedio ai problemi specifici [normativi] che interessano le start-up deep tech”, si legge nel rapporto

Per potenziare l’autonomia strategica dell’Unione Europea e promuovere la sicurezza economica, sarebbe opportuno secondo il rapporto istituire una “Borsa europea per il Deep Tech”, regolamentata e supervisionata secondo normative specifiche.

Gli investimenti nelle startup deep-tech richiedono un profilo di rischio elevato e sono più adatti a investitori istituzionali come “fondi pensione e grandi società di gestione patrimoniale”.

“Queste ultime, infatti, possono assumersi un rischio elevato e attendere un ritorno a lungo termine. Ciò significa che per questi investimenti al di sopra di una certa soglia si potrebbe prevedere un regime prudenziale dell’UE diverso (meno avverso al rischio) con una supervisione a livello europeo” si legge nel rapporto.

[A cura di Alessia Peretti]

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